Il silenzio era diventato insopportabile.
Lily restava immobile davanti alla bara, il telefono stretto in mano. Il messaggio non cambiava. Nessun conto alla rovescia. Nessuna spiegazione.
Solo una parola.
Attendere.
«Attendere cosa,» mormorò, «che qualcuno venga ad arrestarmi?»
Si guardò intorno. La stanza era vuota. Fredda. Troppo pulita per sembrare abbandonata. E al centro c'era una bara.
Una bara vera.Con dentro, presumibilmente, un morto.
Il pensiero arrivò tutto insieme, senza avvisare.
Yakuza.
Certo. Ovvio.Accetti un lavoro strano, fai una consegna strana, arrivi in un castello isolato… e ti ritrovi davanti a un cadavere.
E io sono già indebitata, pensò.Se mi accusano di qualcosa non posso nemmeno pagarmi un avvocato.
Il legno scricchiolò.
Lily sobbalzò.«No,» disse subito, a bassa voce. «No, no, no.»
Fece un passo indietro. Poi un altro. Il rumore non si ripeté. Rimase solo quel silenzio denso, come se la stanza stesse trattenendo il fiato.
Il coperchio si mosse.
Poco.Abbastanza.
«Ok,» sussurrò. «Va bene. Magari… magari non è morto.»
La bara si aprì lentamente.
Dentro c'era un uomo.
Non sembrava morto.Sembrava… fermo.
La pelle era chiara, ma non malata. Tesa, come se non avesse mai conosciuto il sole o il tempo. I capelli scuri gli cadevano sul volto in modo disordinato, appena più lunghi del normale, come se nessuno li avesse mai sistemati davvero.
Il viso era adulto, definito. Non giovane, non vecchio. Zigomi netti, mascella pulita, senza barba. Lineamenti che non chiedevano attenzione, ma la trattenevano.
Indossava abiti neri, semplici, che sembravano parte di lui più che vestiti. Al lobo dell'orecchio, una piccola croce nera pendeva immobile.
Respira, pensò Lily.Sì.Respirava.
Sollievo immediato.Poi panico raddoppiato.
«Perfetto,» mormorò. «Quindi non è un cadavere. È solo… un uomo che dorme in una bara. Che è peggio.»
Gli occhi dell'uomo si aprirono.
Ambrati.
Non accesi.Profondi.Attenti.
Per un istante Lily ebbe l'impressione che non stesse guardando lei, ma qualcosa appena dietro. Poi lo sguardo si fermò su di lei, lento, misurato.
L'uomo sorrise.
Un sorriso controllato.Consapevole.
«Sei arrivata.»
La voce era bassa, roca. Non sorpresa. Non irritata.
Lily sbatté le palpebre. «Io… guardi, se questa è una specie di messa in scena, io non c'entro niente. Devo solo consegnare.»
L'uomo si sollevò lentamente, sedendosi sul bordo della bara. Ogni movimento era scelto, come se il corpo ricordasse regole più antiche della stanza stessa. Alzò una mano, poi si fermò a metà strada.
Inspirò.
E qualcosa nel suo sguardo cambiò.
Non era più curiosità.Era fame.
Lily fece un passo indietro.«Ecco. No. Quello sguardo no. Quello è proprio uno sguardo che non mi piace.»
L'uomo inclinò appena la testa. La croce nera all'orecchio oscillò impercettibilmente.
Si alzò in piedi.
Era più alto di quanto Lily avesse previsto. Più vicino. Troppo vicino. Sentì qualcosa stringerle lo stomaco e capì, con una chiarezza improvvisa, che non era paura.
Era attenzione.
L'uomo serrò la mascella, come se stesse trattenendo qualcosa.
«Hai un odore particolare,» disse piano.
Lily incrociò le braccia, più per protezione che per coraggio. «Allora perché l'ha fatto?»
L'uomo la osservò a lungo.
«Perché la fame non fa domande giuste.»
Il telefono vibrò.
CONSEGNA IN CORSO.
Lily abbassò lo sguardo sullo schermo. Poi lo rialzò lentamente.
«Ok,» disse. «Quindi adesso ho due opzioni. O scappo… oppure resto e cerco di capire perché una compagnia di consegne mi ha mandato in un castello con un uomo che dorme in una bara.»
L'uomo sorrise appena.
Questa volta, non era rassicurante.
«Se scappi,» disse, «ti cercheranno.»
Lily deglutì. «E se resto?»
Lo sguardo rosso si soffermò su di lei, intenso.
«Allora sarai tu a scegliere.»
Lily non scappò.
E in quel momento, senza saperlo, aveva appena oltrepassato la linea.
