LightReader

Chapter 4 - Sotto il tetto di paglia

«Fermati, Tsuki. Attenta,» le disse Etan nella testa, la voce carica di ansia. «Le case non sono vuote. Qui ci vive qualcuno. Dobbiamo nasconderci.»

Ma lei non lo ascoltò. La curiosità era una fame più forte della paura. Spinse la porta, che emise un cigolio acuto, e scivolò dentro.

L'interno era saturo di vita. L'odore era denso, pesante: sapeva di legna che arde, di grassi animali usati per ungere il cuoio e di quel sentore aspro di sudore vecchio rimasto intrappolato nelle pareti. Tsuki iniziò a girare per la stanza, toccando tutto.

Su una sedia di paglia c'erano dei vestiti logori, spessi, incrostati di fango secco e polvere di segatura. Accanto al focolare, vide un arco lungo, di legno scuro e lucido, circondato da una faretra piena di frecce dalle piume grigie. C'era un tavolo di quercia segnato dai tagli dei coltelli, con sopra una ciotola di legno ancora sporca di zuppa e una pagnotta dura.

Toccò una lama appesa al muro: era fredda, oleosa, sapeva di affilatura e di ferro. Ogni oggetto per lei era un miracolo. Il rumore del fuoco che scoppiettava era come un battito cardiaco costante che la rassicurava.

Poi, alzò lo sguardo sopra il camino.

Il respiro le morì in gola. La testa di un cervo, enorme, con corna ramificate come rami d'inverno, la fissava dal muro. Gli occhi erano neri, vitrei, senz'anima. Non c'era sangue, non c'era puzza di marcio, ma Tsuki riconobbe subito quella fissità. Era la stessa del cervo nel bosco. Era la stessa di suo padre.

«È qui...» sussurrò Tsuki, indietreggiando. «La morte è anche qui dentro. L'hanno appesa al muro come un trofeo.»

La stanza iniziò a dondolare. Il calore del fuoco divenne soffocante, la luce arancione sembrava sangue che colava dalle pareti. Le gambe le tremarono e lei vacillò, cercando un appoggio che non trovò.

In quel momento, un'ombra massiccia oscurò l'ingresso. Un uomo gigante, con una barba folta e grigia che gli arrivava al petto e spalle larghe quanto la porta, entrò nella stanza. Portava sulle spalle un fascio di legna che fece cadere con un tonfo sordo sul pavimento di terra battuta.

L'uomo si immobilizzò, fissando quella ragazza dai capelli d'argento e i piedi nudi che barcollava nel mezzo della sua casa. L'odore di bosco bagnato e di tabacco che emanava l'uomo investì Tsuki, rendendo tutto ancora più reale, ancora più insopportabile.

L'uomo non si mosse. Restò lì, una sagoma scura contro l'argento delle lune che filtravano dalla porta aperta. Il suo respiro era pesante, un mantice che muoveva la barba sporca di resina. Tsuki sentiva il proprio cuore battere contro le costole come un uccello in gabbia, ma non era solo il suo: sentiva anche il panico di Etan, che nel buio della mente continuava a gridare di scappare, di muoversi, di fare qualcosa.

Ma lei era rapita dal dettaglio. Sull'avambraccio nudo dell'uomo, segnato da cicatrici vecchie e peli ispidi, c'era una macchia di sangue fresco.

«Chi sei?» la voce dell'uomo era un tuono basso, che fece vibrare i barattoli di vetro su uno scaffale.

Tsuki non rispose. I suoi occhi erano fissi sulla testa del cervo sopra il camino.

«Perché l'hai messo lì?» chiese lei, la voce sottile come un filo di seta. «Perché tieni la morte in casa?»

L'uomo aggrottò le sopracciglia, facendo scomparire gli occhi sotto le arcate fitte. Non capiva. Vedeva una ragazza bellissima, quasi spettrale, vestita di stracci e con i capelli che brillavano di luce propria, che gli chiedeva conto di un trofeo di caccia.

Fece un passo avanti. Il legno del pavimento scricchiolò sotto il suo stivale chiodato.

«Tsuki, vai via! Quell'uomo ci ucciderà!» implorò Etan. «Guarda le armi, guarda le sue mani... è un predatore, come Marcus, solo più rozzo!»

Ma Tsuki era attratta da un oggetto sul tavolo che non aveva notato prima. Un piccolo coltello con il manico d'osso, usato per sbucciare una mela. La polpa del frutto stava diventando marrone all'aria, un altro segno di morte lenta. Lei allungò la mano, le dita che tremavano. Voleva toccare la lama, capire se quel freddo era lo stesso che aveva provato quando Marcus le aveva tagliato il mignolo.

«Non toccarlo, ragazzina,» disse l'uomo, allungando una mano enorme per fermarla.

Il contatto fisico fu come un'esplosione. Quando le dita callose e calde del cacciatore sfiorarono il polso gelido di Tsuki, lei sentì tutto: il calore del suo sangue, il ritmo della sua vita, la forza bruta dei suoi muscoli. Ma sentì anche la puzza del cervo che lui aveva ucciso, l'odore di grasso e di fumo che gli impregnava la pelle.

La nausea tornò a ondate. La testa del cervo impagliato sembrò spalancare la bocca. Le pareti della casetta iniziarono a stringersi, le travi di legno sembravano ossa di un gigante che stava per masticarli.

«Tutto muore...» sussurrò lei, e il suo potere iniziò a ribollire sotto la pelle.

Il tavolo di quercia sotto la sua mano iniziò a vibrare. Le venature del legno non diventarono metallo, come faceva Etan. Sotto il tocco di Tsuki, il legno sembrò gemere. La polpa della mela sul tavolo iniziò a marcire in pochi secondi, diventando una poltiglia nera e liquida che colava sul pavimento.

L'uomo balzò all'indietro, segnandosi il petto con un gesto rapido. «Stregoneria! Sei una creatura del lago!»

«Io sono Tsuki!» gridò lei, e la sua voce si spezzò.

La stanza girava troppo velocemente. Il fuoco nel camino divenne una macchia accecante. Tsuki sentì la coscienza di Etan che spingeva per tornare a galla, un'onda di panico che voleva riprendere il controllo del corpo. Ma la fusione tra i due era ancora instabile. Il dolore della trasformazione, la fame fisiologica che non sapevano di avere e l'orrore della morte li schiacciarono entrambi.

Tsuki cadde in ginocchio, le mani che artigliavano la terra battuta del pavimento. Sentiva l'odore della polvere, il sapore della cenere in gola.

«Aiutami...» mormorò, ma non sapeva se lo stava dicendo all'uomo o a Etan.

L'uomo, nonostante il terrore, non scappò. Prese una coperta di lana grezza, pesante e maleodorante, e gliela gettò sulle spalle, restando a distanza di sicurezza. «Sei solo una bambina malata... o un demone mandato a tormentarmi.»

Tsuki si rannicchiò sotto la coperta. Il calore della lana la disgustava, ma allo stesso tempo la teneva ancorata alla realtà. Chiuse gli occhi e, per la prima volta, la Voce e Etan piansero insieme, nel buio di una casa che profumava di vita e di morte, mentre fuori le tre lune continuavano la loro danza indifferente.

Proprio mentre la tensione nella stanza sembrava sul punto di spezzarsi come un vetro troppo teso, un rumore secco di passi rapidi e trascinati risuonò dietro la sagoma imponente dell'uomo.

Dalle ombre del corridoio emerse una figura che pareva uscita da un libro di fiabe grottesche: una vecchia signora, incredibilmente bassa e tozza, con i fianchi larghi e una schiena leggermente ricurva che la faceva sembrare un sasso levigato dal fiume. Rispetto al gigante barbuto, la sua presenza era quasi comica, una macchia di stoffa colorata e borbottii incessanti.

«Insomma, Silas! Ti sei incantato a guardare le travi? Ti ho chiesto di portare la legna, non di diventarne parte!» la voce della vecchia era un gracidio vivace, rapido, che tagliava l'aria pesante della stanza.

Ma non appena i suoi occhi piccoli e neri si posarono su Tsuki, che tremava a terra sotto la coperta di lana grezza, la sua espressione cambiò in un istante. Non ci fu paura, non ci fu esitazione. La vecchia si gettò letteralmente verso la ragazza, muovendosi con una agilità sorprendente per la sua stazza.

«Oh, per tutte le stelle del cielo! E tu da dove sbuchi, povero passerotto?» esclamò, le mani calde e nodose che si posavano sulle spalle di Tsuki con una fermezza materna che la ragazza non aveva mai conosciuto.

L'uomo, Silas, indietreggiò di un passo, ancora stringendo il suo coltello invisibile di terrore. «Mamma... attenta. È... è una creatura del lago. L'ho vista. Ha fatto marcire una mela con un tocco. È stregoneria.»

La vecchia scoccò al figlio un'occhiata così carica di disprezzo che Silas sembrò rimpicciolirsi. «Ti sembra una creatura del lago, questa? Ti sembra un demone?» sbraitò, indicando le gambe magre e sporche di fango di Tsuki e il suo viso rigato dalle lacrime. «Guarda come trema! Giuro, Silas, sei diventato scemo come tuo padre, che il cielo mi aiuti. Ha solo freddo e il terrore dipinto negli occhi.»

Tsuki sentiva le mani della donna su di sé. Odoravano di cipolla, terra e lavanda vecchia. Era un odore rassicurante, diverso da quello metallico di Marcus o da quello asettico della sua cella. Era l'odore di chi maneggia la vita ogni giorno.

«Non stare lì imbambolato come un sacco di rape!» continuò la vecchia, dando uno schiaffo scherzoso ma sonoro al braccio del figlio. «Aiutami a tirarla su! Va' subito a scaldare l'acqua, porta quella zuppa di cavolo che è sul fuoco e prendi le coperte pulite dal baule di cedro. Muoversi!»

Silas borbottò qualcosa tra i denti, lanciando un'ultima occhiata sospettosa ai capelli d'argento della ragazza, ma obbedì. Il rumore dei suoi passi pesanti si allontanò verso il focolare, seguito dal fruscio dell'acqua versata in un paiolo e dallo sferragliare del metallo.

La donna si concentrò completamente su Tsuki. Le scostò i capelli bianchi dal viso con una delicatezza infinita. «Sei al sicuro adesso, piccolina. Mi chiamo Martha, e questa è la casa di un figlio che ha più muscoli che cervello, ma non ti farà del male.»

Tsuki provò a parlare, ma la gola le doleva. Nella sua testa, Etan era confuso quanto lei.

«Tsuki... non so cosa stia succedendo,» sussurrò lui. «Questa donna... non ha paura. Perché non ha paura di noi?»

Martha non aspettò risposte. Prese un panno pulito, lo intinse in una bacinella e iniziò a pulire il fango dai piedi di Tsuki. Il contatto dell'acqua tiepida era una sensazione nuova, quasi dolorosa nella sua piacevolezza.

«Hai degli occhi strani, bambina mia,» mormorò Martha, osservando le iridi azzurro elettrico di Tsuki. «E questi capelli... sembrano fatti di schiuma di mare. Ma la pelle è calda, e il cuore batte come quello di chiunque altro. Non m'importa da quale buco del mondo sei uscita, stasera dormirai in un letto vero.»

L'odore della zuppa iniziò a diffondersi: era un profumo denso di brodo grasso, radici e pepe. Per Tsuki, che non aveva mai mangiato nulla che non fosse una pasta nutriente e insapore, quel profumo fu come un richiamo ancestrale. Lo stomaco le si contrasse con un rumore sordo.

«Vedi?» rise Martha, mostrandole un unico dente rimasto nell'arcata superiore. «La fame è la prova che sei viva. Silas! Quella zuppa è pronta o devo venire lì a cuocerti le orecchie?»

Tsuki si lasciò guidare verso una panca vicino al fuoco. Il calore delle fiamme ora non le sembrava più un incendio minaccioso, ma un abbraccio. Mentre Martha continuava a darsi da fare intorno a lei, coprendola con strati di lana che profumavano di sole e di chiuso, la ragazza sentì per la prima volta un senso di pesantezza diversa. Non era il vuoto, non era il marmo. Era la stanchezza di essere diventata, in una sola notte, una persona.

Martha spinse la ciotola di legno verso Tsuki. Il vapore saliva denso, portando con sé l'odore della terra e della carne bollita. La vecchia si sedette su uno sgabello di fronte a lei, appoggiando le braccia tozze sul tavolo e guardandola con una dolcezza che non chiedeva nulla in cambio. Silas, in un angolo, puliva nervosamente una freccia, ma il suo sguardo restava piantato sulla ragazza, come se temesse che potesse esplodere da un momento all'altro.

Tsuki prese il cucchiaio. Era pesante, ruvido. Lo portò alle labbra con la mano che ancora le tremava. Il calore della zuppa le investì la lingua: era un'esplosione di sapori che non sapeva classificare. Il salato del sale grosso, il dolciastro della carota cotta, il sapore ferroso del brodo.

«Mangia, passerotto. La zuppa guarisce i buchi nell'anima prima di quelli nello stomaco,» mormorò Martha, allungando una mano per accarezzarle i capelli bianchi.

«Tsuki, ascoltami,» la voce di Etan risuonò urgente nel buio della mente. «Quella donna è gentile, ma non possiamo fidarci. Se sanno chi siamo, ci consegneranno a Marcus. Devi inventare qualcosa. Dì che sei una profuga, inventa una storia credibile. Devi improvvisare!»

Tsuki si bloccò con il cucchiaio a mezz'aria.

«Improvvisare?» ripeté lei ad alta voce, fissando il muro. «Cosa significa... improvvisare?»

Martha si fermò, osservando la ragazza che parlava al nulla. Silas smise di pulire la freccia, la fronte corrugata per il sospetto.

«Significa mentire, sciocca! Non rispondere a me a voce alta!» sibilò Etan, preso dal panico. «Inventa! Dì che venivi da un villaggio a nord, che c'è stato un incendio!»

Tsuki sbuffò, irritata da quella voce che le rimbombava nel cranio. Guardò Martha e provò a pescare nei ricordi di Etan, ma le immagini erano confuse.

«Io... io venivo da lontano,» esordì Tsuki con voce stanca. «C'era un carro. Un carro fatto di nuvole e legno vecchio. Viaggiavamo da mille anni sopra le montagne. Mio padre era un re senza testa e mia madre era diventata una statua di pietra fredda che piangeva marmo.»

Il silenzio cadde nella stanza, rotto solo dallo scoppiettio della legna. Silas fece un verso strozzato. Martha, invece, non rise. Il suo sguardo si fece ancora più carico di una pietà profonda.

«Ma che razza di storia è? Re senza testa? Pietra?» urlò Etan nella sua testa. «Ti avevo detto di essere credibile! Ci prenderanno per matti o per demoni!»

Tsuki perse la pazienza. Posò il cucchiaio con un colpo secco e urlò contro il vuoto: «E allora dilla tu una storia migliore invece di gridare e basta! Mi fai scoppiare le orecchie, brutto musone prepotente!»

Martha sussultò, guardando la ragazza che litigava con l'aria davanti a sé. Silas si fece il segno della croce, indietreggiando verso la porta. «Mamma, te l'ho detto... è posseduta. Ha uno spirito maligno che le suggerisce le parole.»

«Vedi? Vedi cosa hai fatto?» continuò Etan, disperato. «Ora ci cacceranno via!»

«Lui dice che puzzo di bugie!» gridò ancora Tsuki, incurante di Silas. «Dice che i carri di nuvole non esistono! Ma io che ne so? È la prima volta che vedo un carro o una zuppa!»

Martha sospirò profondamente. Si alzò lentamente, fece il giro del tavolo e si posizionò dietro Tsuki, avvolgendola in un abbraccio che sapeva di bucato, cenere e lavanda. Le appoggiò il mento sulla spalla, stringendola forte, ignorando le grida della ragazza.

«Shhh... va tutto bene, piccola mia,» disse Martha, cullandola con un ritmo lento e rassicurante. «Non devi sforzarti di raccontare favole. Si vede lontano un miglio che le tue parole inciampano tra di loro. Hai passato un inferno stasera. Il tuo povero cervello si è diviso in due per non scoppiare dal dolore, e ora parli con te stessa per non sentirti sola.»

Tsuki s'irrigidì per un istante, poi si lasciò andare contro il petto morbido della vecchia. Quell'affetto fisico, quel calore materno così reale, era qualcosa che Etan non aveva mai ricevuto e che Tsuki non sapeva nemmeno esistesse.

«Dice che è un principe,» mormorò Tsuki, la voce che diventava sempre più flebile mentre Martha le accarezzava i capelli bianchi. «Dice che io sono stupida perché non so come si vive fuori dal buio.»

«Certo, certo,» sorrise Martha, lanciando un'occhiata severa a Silas perché mettesse via l'arco. «Anche mio nonno diceva di essere un imperatore quando aveva troppa febbre. Non preoccuparti del tuo Principe del Marmo. Ora berrai un po' di latte caldo e poi andrai a dormire. Domani mattina, dopo una bella dormita, tutto ti sembrerà più chiaro. O forse troveremo nuove bugie migliori, che ne dici?»

Tsuki annuì, sentendo la pesantezza del sonno che le premeva sulle palpebre. Etan, nel profondo, si sentì improvvisamente piccolo e umiliato, ma anche stranamente protetto da quella donna tozza che non aveva paura di lui.

«Hai sentito, Principe?» sussurrò Tsuki, raggomitolandosi nel letto mentre Martha spegneva la candela. «La signora dice che sei solo febbre. Quindi dormi e sta' zitto, o ci darà un colpo di cucchiaio.»

Etan rimase in silenzio, sconfitto dalla zuppa, dal calore e da una carezza.

La pancia era finalmente piena, un peso caldo e rassicurante che Tsuki non aveva mai provato. Era una sensazione che metteva a tacere i pensieri, un torpore che partiva dallo stomaco e risaliva fino alle ciglia, rendendole pesanti come piombo. Sotto le coperte di lana che pizzicavano dolcemente la pelle, si sentiva come un pulcino nel nido; Martha le stava accanto, e il suo respiro regolare era una ninna nanna che Etan, nel buio della mente, non riusciva a smettere di ascoltare con un pizzico di invidia.

Ma mentre Tsuki scivolava nel sonno, la materia intorno a lei non restava ferma. Non c'era sforzo, non c'era quella concentrazione feroce che Etan usava per creare il metallo. Era qualcosa di più profondo, come se il velo che tiene insieme le cose decidesse di sciogliersi e riannodarsi seguendo i suoi sogni.

Silas, che aveva dovuto cedere il suo posto nel lettone alla madre e alla ragazza, sedeva su uno sgabello nell'angolo. Osservava la scena con gli occhi sgranati, trattenendo il respiro.

Sotto l'influsso di quel sonno sereno, le briciole di pane rimaste sulla tovaglia iniziarono a brillare di una luce fredda. Silas guardò, paralizzato, mentre quei minuscoli resti di cibo perdevano la loro consistenza farinosa e si indurivano, diventando minuscole pietre trasparenti, dure e purissime, che riflettevano i riflessi arancioni del focolare come piccoli diamanti nati dal nulla.

More Chapters